Cuore bruciato
Domenico e il sistema che ha deciso di dimenticarlo
Mentre allo Stadio San Siro l’Italia mostrava al mondo la parte migliore di sé, un bambino di 4 anni moriva dopo aver subìto un trapianto di cuore. Aveva ricevuto un organo danneggiato, trasportato per centinaia di chilometri in un contenitore non adatto. I medici gli hanno impiantato un cuore bruciato. E il bambino non ha retto.
L’équipe parte da Napoli per Bolzano. Hanno un compito chirurgicamente preciso: prelevare un cuore e riportarlo in tempo. Ma qualcosa, già in partenza, non va. Il contenitore per il trasporto non è quello omologato. A Bolzano usano ghiaccio secco invece di quello naturale. L’organo si danneggia. A Napoli, in sala operatoria, qualcuno prova a rimediare: scongela il cuore con acqua fredda. Poi tiepida. Poi calda. Nel frattempo il torace di Domenico è già aperto. Il cuore malato è già stato rimosso. Il bambino resta senza cuore per 45 minuti.
Non è una storia di povertà sanitaria. Non c’entrano le liste d’attesa, né il personale esausto. L’ospedale Monaldi è uno dei centri di cardiochirurgia pediatrica più importanti d’Italia. I chirurghi che hanno operato Domenico sanno aprire un petto e ricucirlo. Sanno fare cose che pochissimi al mondo sanno fare. Quello che non hanno saputo fare è portare la scatola giusta.
Dopo la morte di Domenico, l’ospedale tace. I medici coinvolti risultano “non cooperativi” con gli inquirenti. La famiglia cerca qualcuno disposto a testimoniare: nessun cardiologo accetta di fare una perizia contro un collega. Non è omertà nel senso criminale del termine ma qualcosa di più sistemico e più difficile da estirpare: una corporazione che si chiude su se stessa nel momento in cui dovrebbe aprirsi. Il sistema che ha sbagliato è lo stesso che decide se e come raccontare l’errore.
Ai funerali di Domenico, celebrati nella cattedrale di Nola, c’era anche la premier Meloni. Il suo governo aveva appena approvato una legge sulla Corte dei conti - disegno di legge a firma del ministro Foti - che impedisce ai giudici contabili di rivalersi sui medici che sbagliano. Lo Stato pagherà. Il medico no.
Dopo aver firmato quella norma, Meloni è andata ad abbracciare la mamma di Domenico davanti alle telecamere. È lo stesso schema della famiglia del bosco: lacrime davanti ai bambini, e poi il decreto Caivano, che punisce i genitori poveri che non mandano i figli a scuola con l’arresto. I bambini, nella comunicazione di questo governo, sono un fondale.
È la stessa Italia che quella sera riempiva San Siro, nella cerimonia di inaugurazione dei Giochi olimpici di Milano Cortina. Sessantamila persone cantavano e festeggiavano. L’Italia sa farlo benissimo: riempire gli stadi, emozionare, produrre momenti di bellezza collettiva. Ma sa anche formare chirurghi che aprono cuori di bambini con una precisione che pochi al mondo possono vantare. Il problema non è mai il talento. È quello che succede intorno al talento. È come questo viene gestito, collocato negli strati sociali, messo al servizio del bene pubblico.
Domenico è morto per un contenitore sbagliato. Una scatola. Non mancavano i fondi per comprarla. Non mancava la competenza per usarla. Mancava qualcosa di più difficile da nominare e da riformare. E finché non troviamo le parole giuste per dirlo, continueremo a chiamarlo sfortuna. Con la complicità di chi continua a considerarci degli idioti.
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