È tutto finito
Un uomo al bar, un'app, due solitudini. Una storia vera
Nell'ultimo periodo ho pensato molto a una frase. Me l'ha confidata un uomo di 65 anni, ex muratore, operaio e camionista, oggi disoccupato.
È di statura media, i capelli ricci e arruffati, un filo di barba bianca, una t-shirt scolorita, i pantaloni beige con una chiazza di detersivo all'altezza della caviglia. Un odore di sudore e tabacco, le mani grandi e callose.
Me lo dice mentre sospira:
"È tutto finito".
È seduto al tavolino del bar, le mani attorno alla Peroni ghiacciata, i mozziconi di sigaretta schiacciati nel posacenere bianco. Il giornale è piegato a metà, deve averlo appena sfogliato soffermandosi sulle cronache locali. Parla con quelli come lui, osserva il mondo passare sotto i suoi occhi. Il suo mondo, la sua gente, il suo bar, la sua piazza. Tutto il resto gli è estraneo.
Mi racconta di suo figlio: "Anche oggi mille chilometri, fino a Grosseto e poi ritorna". Mille chilometri ogni giorno a consegnare cibo a locali e ristoranti. Tredici, quattordici ore al giorno, la paga pare sia buona. Meglio di quella che il capocantiere gli consegnava ogni settimana: "150 euro per dieci ore al giorno, cinquanta a settimana". Se n'è andato perché non aveva un contratto. La ditta di consegne gli ha fatto tre mesi, fino al termine dell'estate. Suo padre gli ha trasmesso l'arte di arrangiarsi: "Quelli come noi non possono fare altrimenti".
“È tutto finito”.
Sapevo cosa significasse davvero.
Quella sera, sdraiato sul letto con il telefono in mano e il brusio del traffico che entrava dalla finestra aperta, la frase era ancora lì. In quel momento decisi di scaricare Tinder.
Inizio con installare l'app, poi completo il profilo. Inserisco tre foto ripescate da qualche parte su WhatsApp. Decido di non sottoscrivere nessun abbonamento (ci sono il Platinum e il Gold), so già che me ne pentirò.
Inizio a fare swipe, a lasciare like e a premere il pollice sulle x. Sembra di essere su Amazon quando inserisci gli articoli nel carrello: un esercizio compulsivo di like e nope, "questa sì, questa no", "questa mmm... però va beh, ci sta. Sì!".
Al primo like che ricevo, il rilascio di dopamina è dirompente. Arriva il primo match.
Lei è una bella ragazza sulla trentina (vai a sapere se l'età dichiarata corrisponde al vero), capelli ricci, occhi verdi, labbra carnose. Se la tira parecchio, stando almeno a come si atteggia nelle foto. Nella bio, dice di essere sensibile al tema della salute mentale, che le piace leggere (chissà quali libri o autori), che adora Harry Potter e che vorrebbe che fosse l'uomo a farsi avanti per primo. Il che rappresenta per me l'assist perfetto per rompere il ghiaccio.
Le scrivo.
Gli esperti del settore convergono su un fatto: va evitato il semplice "ciao" perché, suggeriscono, fa da sfigati. Io faccio esattamente questo: "Ciao" seguito da una emoji che fa l'occhiolino. L'inizio non è incoraggiante, inoltre non eccello nell'iperconnessione e tendo spesso a isolarmi dal telefono, anche perché ho un blocco di alcune app (Facebook, X e ora anche Tinder) molto rigido, dalle 9 alle 22.30, e non posso in alcun modo sviare. La mia routine, insomma, non si concilia con il successo nelle app di dating, più in generale con il mondo dei social e forse anche con il mondo in generale.
A quasi ventiquattro ore dal pessimo messaggio che le avevo inviato, la ragazza risponde. "Ciao" e una emoji sorridente. Anche lei non avrà ascoltato i consigli degli esperti, meglio così.
Mi chiede di sentirci su Instagram ma io Instagram non ce l'ho. Evito di spiegare i motivi della mia scelta: il disagio, l'ansia sociale, il senso di inadeguatezza, ma potrei aggiungere anche l'induzione di felicità come strumento coercitivo, l'indottrinamento di massa e la repressione del pensiero critico. Sarebbe stato troppo complicato e forse controproducente.
Trasferire la conversazione su Facebook sarebbe stato invece troppo da boomer (non ho una chat attiva dal 2017), mentre Telegram incute ancora il timore della tetra piattaforma russa in cui si pianificano attentati e omicidi (in realtà è anche questo). E su WhatsApp no, che palle! Altra chat, altre notifiche, altro stress. Alla fine propendiamo per continuare a sentirci su Tinder.
Ho pensato a come chiederle di uscire, superando il timore del retropensiero che la mia richiesta avrebbe potuto stimolare in lei. Stando a quello che si dice in giro, su Tinder è sempre presente la paura che ci si possa imbattere in un maniaco o in un serial killer. O peggio: in un narcisista. Tinder è disseminato di narcisisti e credo che questo sia piuttosto naturale.
Rimando allora la richiesta di appuntamento. La media è di uno/due messaggi al giorno. Una lunga Odissea culminata con la fatidica domanda: "Ti va se ci vediamo?".
Risponde di sì. Il date è arrivato.
Faccio un breve riepilogo di quanto ci eravamo scritti in chat fino a quel momento. Un emerito cazzo. Nulla che possa avviare una conoscenza solida e costruttiva. Le basi di partenza non sono delle migliori.
Ma queste persone che si aggirano sulle app di dating come un qualsiasi lestofante sguazzerebbe di notte nelle periferie in cerca di qualcosa che non ha, chi sono realmente? Cosa cercano? Sesso occasionale o relazione seria? Un'amicizia o una confidenza?
Chi ha i soldi e una vita di successo (qualunque cosa voglia significare) non si metterebbe mai alla ricerca su Tinder. Avrebbe uomini o donne a portata di mano, basterebbe un messaggio, uno sguardo. Gli sfigati su Tinder invece si affidano al caso, a una notifica che rompe il silenzio. È una scorciatoia esistenziale. A portata di swipe.
Il primo appuntamento è in un locale vicino casa. Un posto frequentato da europei dell'est e poliziotti di pattuglia. Zona di prostituzione e bivacchi. C'era la fila fuori, un omone della sicurezza ci fa entrare facendoci passare davanti a un gruppo di ragazzi. Chiediamo un tavolo per due e ci mandano in una stanzetta dall'altra parte del locale, più intima, separata dal resto dove la musica è alta e le cameriere fanno avanti e indietro tra i tavoli e il bancone con calici di vino e cocktail esotici.
Lei fa l'infermiera. Turni infiniti e massacranti, paga misera. Dice che ha la sindrome da crocerossina da quando era bambina e io le credo, lo vedo dai gesti e dalla dolcezza con cui parla dei suoi pazienti.
Quel giorno è di riposo. L'indomani avrebbe attaccato alle quattordici e staccato alle ventidue, salvo straordinari o cambiamenti dell'ultimo minuto, molto frequenti stando al suo racconto.
Poi si apre il tema delle ultime relazioni. Mi inizia a parlare delle sue e le definisce tossiche. Un ex geloso e possessivo, a tratti violento, un date andato male, una notte nella camera d'albergo di uno sconosciuto sposato arrivato in città per lavoro. E poi il suo vizio, che sta diventando un'ossessione: i locali per scambisti.
Me ne spiega il funzionamento con la stessa naturalezza con cui prima aveva parlato dei suoi pazienti. Ce ne sono parecchi in città, lei ne frequenta uno alla periferia sud. Si entra rigorosamente in coppia, si conoscono altre coppie, se ci si piace si procede con lo scambio.
Le porte delle camere restano aperte, le luci accese, così tutto il locale può guardare. Scambisti e voyeur. Lei si era sempre limitata a guardare, a incuriosirsi, a eccitarsi. Ma voleva mettersi al centro della scena. Lo attribuiva al narcisismo, al bisogno recondito di prendersi le attenzioni e le fantasie degli uomini e delle donne che le stavano intorno.
Ascolto.
Fuori dalla stanzetta le cameriere continuano a passare coi cocktail.
Sento qualcosa che non so bene come chiamare, non un giudizio, non un desiderio. Una specie di inadeguatezza. Come se quello che mi sta dicendo sia troppo grande per me, o io troppo piccolo per contenerlo. Percepisco il vuoto dentro di lei. Finisco per sprofondare anche io.
Stava per finire tutto. Di nuovo.
Questa è una storia vera, con dettagli modificati. Prosegue nelle prossime settimane.


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Non potrebbe fare mille km in un giorno. Se ricordo bene dovrebbero essere 640 km al giorno, e 9 ore di guida. Poi se pagano un qualche santo io non lo so.