Stato d'abbandono
Cronaca di chi decide e chi subisce: una mini rassegna stampa che non vorreste leggere
Basterebbe sfogliare i quotidiani italiani di oggi, uno qualunque, per trovarsi davanti a un paese che ha smesso di darsi un ordine. Non c’è un piano, né una direzione: c’è uno Stato che improvvisa, che premia gli amici e serve i potenti con un torpore ormai strutturale, che si lascia guidare dagli istinti del momento invece che da una rotta.
Andiamo con ordine.
Sono tornati i No Tav (spoiler: era ora)
In Val di Susa è tornata ad accendersi la battaglia dei No Tav. Sabato scorso circa 500 manifestati, che i media hanno legato al blocco nero (già Black Bloc), hanno assaltato alcuni dei cantieri dell’alta velocità provocando il ferimento di 143 agenti tra polizia, carabinieri e guardia di finanza. Oltre 430 identificati, tra cui cittadini francesi, tedeschi e belgi.
Il movimento No Tav ha rivendicato gli attacchi anziché prenderne le distanze, al contrario dei perbenisti della sinistra (sigh!) che hanno invece alimentato la narrazione terroristica contro un’opera che in oltre trenta anni ha assunto i contorni di una chimera: 14,7 miliardi di euro secondo l’ultimo tetto di spesa fissato dal Cipess ad aprile scorso, con appena 47 dei 163 chilometri di gallerie scavati e un’apertura, promessa per il 2033, che la Corte dei Conti europea considera ormai fuori portata. Se tutto andrà per il verso giusto, la linea ad alta velocità Torino-Lione sarà a regime per il 2040 (stima Ue). Potremo raccontare ai nipotini di aver assistito alla sua lunga gestazione.
Gli scontri, concentrati soprattutto a Chiomonte, hanno riacceso i riflettori sull’oscenità di un’infrastruttura inutile, costosissima, deleteria. Alla maggioranza del governo di destra, che dopo il caso Fakir è tornata a indicare una fantomatica quanto inesistente sinistra come mandante dei disordini, come hanno reagito dall’opposizione? Cito i sindaci di Milano e Torino, Sala e Lo Russo, entrambi dem, progressisti, accentratori di potere. Il primo ha bollato gli assalti come un atto criminale commesso da chi la Tav non sa nemmeno cosa sia, respingendo al mittente l’accusa di indulgenza verso i violenti. Parole comode da pronunciare per chi amministra una città dove il centro storico ha superato i 40mila euro al metro quadro e i residenti storici vengono spinti in periferia da un decennio di rincari senza pause. Il secondo, più cauto, ha condannato gli scontri ricordando però che manifestare il dissenso resta un valore fondamentale — dichiarazione che suona un po’ meno solenne se si pensa che la sua metropolitana, la Linea 2, aspetta ancora 450 milioni di euro per arrivare fino al Politecnico e che Santa Rita e Mirafiori, a sud, non hanno la benché minima copertura finanziaria. Per non parlare di quei politici del Sud che sostengono la Tav nonostante la drammatica situazione delle linee ferroviarie meridionali. I miliardi della Torino-Lione sarebbero manna scesa dal cielo per quelle regioni.
Scuola? Sanità? No, ai figli lasceremo carri armati e F-35
Se gli sprechi della linea ad alta velocità Torino-Lione gridano vendetta, che dire allora dei 14,9 miliardi del fondo Safe prenotati dal governo Meloni e che il vicepremier Tajani ha confermato verranno impiegati per l’acquisto di armi. Si tratta di risorse che rientrano nel Rearm Europe, il mega piano europeo da 800 miliardi per finanziare il riarmo degli stati membri. Soldi che vanno restituiti in 45 anni, seppur a tasso agevolato, ma che generano altro debito, mentre per calmierare il prezzo della benzina si racimola appena un centinaio di milioni.
Al vertice Nato di Ankara dello scorso 7 luglio, la premier Meloni ha confermato l’impegno italiano a portare la spesa militare al 5% del Pil entro il 2035, con una salita già dello 0,15% quest’anno, andando incontro al diktat di Trump. Secondo l’Osservatorio Mil€x (annuario presentato il 23 luglio alla Camera), se l’impegno del 5% venisse mantenuto, solo tra il 2027 e il 2035 l’Italia spenderebbe altri 498 miliardi di euro in armamenti — quasi quanto i 503 miliardi spesi complessivamente (a valori costanti) nei sedici anni tra il 2010 e il 2026. Dal 2023, inoltre, l’Italia ha ordinato armi Made in USA per 4,4 miliardi di euro — Himars, droni Predator armati, mezzi speciali — e a questo si aggiungono altri 25 caccia F-35 in arrivo, costo previsto: non meno di 7 miliardi. Oltre 11 miliardi in armamenti dagli Stati Uniti. Gli stessi che ci convincono di avere sempre un nuovo nemico alle porte. Sarà un caso?
Sul fronte scuola, il Ministero dell’Istruzione rivendica per il 2026 una spesa salita a 57,9 miliardi — il 6,3% della spesa statale, contro il 6,2% dell’anno prima — ma la Corte dei Conti certifica che l’Italia resta comunque sotto la media UE, mentre crescono i fondi alle paritarie (bonus alle famiglie, Irap agevolata, stop Imu) e gli iscritti alla scuola pubblica calano di quasi un milione in dieci anni.
Anziché un sistema scolastico efficiente, una sanità pubblica e universale e un debito pubblico sostenibile, lasceremo in eredità ai nostri figli caccia F-35 e carri armati di fabbricazione americana. Non si sa bene per difenderci da chi. Un bel viatico per il futuro.
Il ct della nazionale amico di Putin
Qualcuno ha pensato alla Russia di Putin? Perché l’assist calza a pennello. Andrea Pirlo di assist se ne intendeva più di chiunque altro. Se fossi un telecronista di Dazn avrei già snocciolato, con un eccesso di zelo un filo tedioso, i numeri del Maestro in tema di assist e partecipazione ai gol. Ma per fortuna sono un giornalista ai margini che scrive una newsletter sfigata su Substack e quindi no, non lo farò. Bene. Pirlo non sarà il ct della derelitta nazionale italiana di calcio ufficialmente a causa di un contratto di sponsorizzazione che lo lega al colosso di scommesse russo Fonbet. Il suo mancato ingaggio ha portato anche alle dimissioni di Paolo Maldini, nominato direttore tecnico dal neo presidente federale Malagò appena sedici giorni prima, e dell’advisor Leonardo (ammesso che qualcuno sappia che cazzo di lavoro sia l’advisor). Il nuovo commissario tecnico sarà Roberto Mancini, compagno di giochi al circolo Aniene dello stesso Malagò. Mancini, grande allenatore, campione d’Europa nel 2021, sedeva sulla panchina azzurra nella partita contro la Macedonia del Nord che costò alla nazionale la seconda delle tre mancate qualificazioni mondiali consecutive. Pochi mesi dopo salutò la compagnia per volare in Arabia Saudita e firmate un contratto da 25 milioni l’anno con la nazionale del principe Mohammed bin Salman, quello che un rapporto Onu del 2019 identifica come mandante dell’omicidio del giornalista dissidente Jamal Khashoggi. Un paese, insomma, che non fa della democrazia uno dei suoi caratteri distintivi. Ma pazienza, tant’è.
Gli eventi che hanno portato al ritorno di Mancini – declinazione calcistica del gattopardesco “cambiare tutto per non cambiare nulla” - hanno del grottesco. La nuova Figc di Malagò, ex numero uno del Coni, fautore dei Giochi invernali di Milano Cortina 2026, chiamato a risollevare le sorti del calcio italiano, ha sbandierato ai quattro venti l’interesse per Pep Guardiola, salvo poi ricevere il più proverbiale dei “no, grazie” dal tecnico catalano. Missione fallita: Pep in azzurro non ha mai oltrepassato le colonne d’Ercole dei sogni degli italiani. E allora Maldini e l’advisor Leonardo hanno ripiegato su Pirlo, attuale allenatore dello United FC, neo promosso nella massima serie qatariana. Un cortocircuito comunicativo e ideologico evidente: passare dal migliore degli allenatori in circolazione a un tecnico con un cv modesto come quello di Pirlo rasenta l’imbarazzo. Per non parlare della questione conflitto d’interesse e del fatto che nessuno in federazione sia venuto a conoscenza dei suoi legami con la Russia. Se invece che a un betting russo, Pirlo fosse stato legato a un brand israeliano, avremmo tuttavia derubricato la vicenda con il più classico dello “sport e politica sono due cose separate”, l’assioma che utilizziamo quando fa comodo, per nascondere l'ipocrisia. Altro cortocircuito, stavolta in merito ai ruoli: decide il presidente federale eletto o un dirigente nominato? Caos, improvvisazione, amichettismo. La rifondazione del calcio italiano è appena iniziata.
Marginalità sociale pena da espiare
Mentre il calcio si sorregge su complicità e nepotismo, lo Stato sa dimostrarsi severo quando occorre — ma solo con chi non conta. Il nostro è un paese in mano ai ricchi e ai potenti e ogni azione politica e legislativa si muove nella loro direzione. Basti pensare alla depenalizzazione o alla cancellazione di alcuni reati attribuibili ai colletti bianchi come la stretta all’uso delle intercettazioni durante le indagini preliminari o la cancellazione dell’abuso d’ufficio. Contestualmente, si è fatta più stringente la morsa sui reati minori, con sette tra decreti legge e ddl varati da Palazzo Chigi dall’inizio della legislatura. L’ultimo disegno di legge modifica l’impunibilità per i minorenni al grido di “chi sbaglia, paga”.
Uno Stato debole con i forti e forte con i deboli: abbassiamo le armi di fronte ai potenti e sguainiamo le spade contro i ragazzini. La marginalità sociale trasformata in colpa penale.
L’istantanea di un paese alla deriva.
“Ossessioni” è il posto dove la cronaca rallenta: storie vere, l'Italia che si svuota, i meccanismi del potere e dei social guardati da vicino. Un pezzo alla volta, quando c'è qualcosa da dire.









