Substack mi ha tradito?
Sono stato assente qualche mese e al mio ritorno ho trovato un posto che non riconosco più. La storia di una piattaforma che voleva essere diversa e sta diventando come le altre
Sono stati mesi pieni.
A tratti entusiasmanti, a tratti complessi. Non conosco mezze misure: la vita per me è bianco o nero, non può esserci qualcosa di diverso dalla gioia o dalla sofferenza, dall'euforia o dalla depressione. Non mi capitava da tanto di vedere l'agenda del telefono così fitta, con ogni colore a indicare un evento diverso: lezioni da tenere, quelle cose per cui ti pagano una miseria; e corsi da seguire, quelle altre per le quali paghi più di quanto ricevi, e il più delle volte non ricevi assolutamente nulla. Sei soltanto obbligato a farli. Te lo impone l'istinto di sopravvivenza.
Mentre tentavo di spiegare a un branco di adolescenti la differenza tra un'attività patrimoniale e un ricavo, o come si calcola la derivata seconda di una funzione esponenziale, è successo che su Substack sono arrivati i grandi: influencer, youtuber, podcaster. Un incubo.
Quando sono tornato tutto mi è sembrato diverso. Substack era per me un serbatoio di idee e creatività, un luogo da cui attingere. Fino a qualche mese fa vedevo praterie da percorrere; oggi mi sembra che lo spazio si sia ristretto.
Substack è diventato quel social - arrendetevi, questo è - che vuole apparire diverso: più intellettuale di altri, più fighetto. Non ci sono reel ma c'è tanto altro da scrollare. La minchiata delle dieci note giornaliere ha creato mostri: scorro il feed e trovo foto con i filtri, guide su come fare followers, su come guadagnare, su come avere successo.
Cambia la cornice - qui si vedono anche libri, mostre, quadri invece di aperitivi e tramonti - ma non la sostanza, che è sempre la stessa: apparire, mostrarsi, vendere un'immagine di sé.
Se c'era una cosa positiva di Substack, era la sua monotonia. Newsletter e stop. Per tutto il resto c'era Instagram, Facebook, TikTok, X. Ora ho l'impressione che Substack abbia preso il meglio (sigh!) dai suoi competitor e lo abbia fatto suo, finendo per tradire un'identità precisa.
Sia chiaro: non avevo un grande pubblico e non lo ho nemmeno adesso, numericamente parlando. Ma quei numeri che giudicavo soddisfacenti, dopo un paio di mesi di assenza, sono crollati. Non mi stupirei se l'algoritmo non ricordasse nemmeno il mio nome.
Potrei dire che è colpa mia per una serie di ragioni.
Gli esperti di web marketing e strategie sui social, quando spiegano come hanno fatto a ottenere centomila follower in appena tre giorni, insistono tutti sulla stessa parola: continuità.
Io non ce l'ho.
Ma più ci penso, più mi sembra che il problema non sia la mia discontinuità. È che la continuità premiata da Substack oggi non mi appartiene. Non è la continuità di chi ha qualcosa da dire a cadenza fissa ma quella di chi sa stare nel flusso, alimentarlo, non uscirne mai.
Io invece esco.
Esco per lavorare, per vivere, per leggere, per cazzeggiare, per sparire qualche mese, per imparare, per conoscere, per assorbire qualcosa dal mondo che mi circonda. Questo perché credo che raccontare significhi saper osservare non dall'alto ma insinuandosi nelle crepe della società. Non mi fido di chi racconta mentre è immerso nel flusso: è difficile unire iperconnessione e osservazione, perché una rischia di precludere l'altra.
Quello che trovo al ritorno, insomma, non è un lettore che aspetta a braccia aperte, che si chieda che cazzo di fine abbia fatto o quali siano le mie idee sulle prossime newsletter. Ad attendermi è un algoritmo che ha già dimenticato.
La domanda che mi faccio non è di chi sia la colpa. Me ne frego, onestamente.
La domanda è cosa faccio adesso in un posto che non riconosco del tutto.
Resto e mi adatto? Scrivo lo stesso, per i pochi che ancora aprono la newsletter, sapendo che i numeri continueranno a scendere? O cerco un altro posto, un altro formato, un altro patto col lettore?
Non lo so ancora. So che Substack continua a piacermi. Non ho cancellato questa newsletter né disattivato l'account - come ho fatto su altri social - perché la qualità di alcune newsletter qui è di gran lunga superiore alla media dei contenuti che popolano il web. Substack, quindi, non mi ha tradito. O almeno, non ancora.
So anche però che non voglio diventare quello che vedo moltiplicarsi intorno a me: qualcuno che scrive per non smettere di esistere sulla piattaforma.
Preferisco sparire e tornare, con qualcosa da dire, nel momento in cui ce l'ho.
Dei numeri me ne frego.
Abbiate pazienza.
Luca


I social sono Stati la rovina di Internet. Per questo Spero che YouTube e Substack che sono gli unici 2 síti che frequento con continuità, non lo diventino MAI
Io personalmente sono abbastanza stanca di essere io a spostarmi per lasciare spazio agli altri, quindi preferisco restare facendomi i cavoli miei.